Regia: TERESA VILA
Drammaturgia: SAFA HAMAMI E TERESA VILA
Attori: Sara Younes Teresa Vila (sostituzione Nicole Tanaka)
Other credits: musiche originali Viviana Strambelli e Flavio Galanti
Key words: siria, profughi, donna, schengen, europa
Production: FRATERNAL COMPAGNIA col sostegno del bando SIAE PER CHI CREA 2023 e del bando FUTURO PASSATO 2024 (Festil)
Year of production: 2023
Theatrical genre: Prose
Basta dire no nasce nel 2023 dall’incontro tra Nicole Tanaka e la drammaturga e attrice Safa Hamami, che, partita da Damasco, ha trovato casa in un monastero cattolico votato al dialogo con l’Islam nel Kurdistan iracheno, a Sulaymaniyah.
Insieme decidono di creare un progetto per raccontare la storia di Safa. Sono dieci anni che, lontana dalla sua famiglia, Safa cerca di ottenere un visto per arrivare in una zona sicura in occidente, e sono dieci anni che le viene negato.
Il progetto viene prodotto da Fraternal Compagnia di Bologna, e viene coinvolta Teresa Vila per la regia e per un supporto alla drammaturgia. A novembre 2023 il progetto vince il bando SIAE - Per Chi Crea, sezione Nuove Opere. Safa viene quindi invitata in Italia con una lettera d’incarico.
Il 18 gennaio 2024, contro ogni previsione, la notizia: il consolato Italiano in Iraq le ha nuovamente negato il visto. Safa potrà scrivere lo spettacolo con Teresa Vila, ma non potrà essere presente come attrice. Il colpo per il progetto è molto duro e l’ingiustizia del divieto, nella sua evidenza, è particolarmente dolorosa. Ancora più motivata, la compagnia coinvolge nel progetto Sara Younes, giovane attrice di origini libanesi, che interpreterà il ruolo di Safa Hamami.
Che cosa vuol dire vivere in permanente attesa? Quanto a lungo è possibile protrarre uno stato di sospensione che appare senza soluzione? È possibile passare mesi a raccogliere documenti, a raccogliere fondi, ad andare da un ufficio all’altro, ad aspettare una chiamata cruciale? Ed è possibile che tutto questo non porti a niente, nessun risultato?
La sensazione è quella di essere strattonato da una parte all’altra, e allo stesso tempo di restare immobile. Il movimento e la stasi, il sì e il no, diventano delle polarizzazioni che determinano i giorni del richiedente asilo, il case, come viene chiamato nel gergo burocratico, mentre nel tempo collassato si rompe quel filo narrativo che unisce il prima e il dopo, e sembra dare un senso alle giornate.
L’inquietante braccio di ferro tra la perdita di un futuro e la perdita di un’origine diventa un’ombra che soffoca ogni possibilità di nuova azione, come in Seuls di Wajdi Mouawad (con l’incredibile scena dell’impiccagione evitabile solo da uno degli spettatori, raccolta nei materiali di scrittura dello spettacolo, e che tornerà nel celebre La reprise di Milo Rau).
Si crea una nuova, inedita coppia di poli opposti: da un lato le normative discriminanti, dall’altra l’infermità – la mal-fermità – fisica e mentale. La proliferazione burocratica entra nelle ossa e si trasforma in malattia. Il corpo fa male, arriva l’emicrania, forse è meglio non mangiare e non bere per non dover andare in bagno, nelle lunghissime file di un campo profughi.
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